La responsabilità cognitiva dell’impresa
Smettiamo di accusare l'università distante. La domanda più scomoda è un'altra: quante imprese italiane sono davvero disposte a farsi attraversare dalla conoscenza?
A Berkeley girano in strada i robot che consegnano il pranzo, nati nei laboratori dell'università. La strada che unisce il mondo accademico a quello produttivo.
«L'università è troppo teorica, troppo lenta, troppo distante dal mondo concreto delle imprese.»
È una critica che contiene una parte di verità. Molti percorsi formativi restano lontani dai problemi reali delle aziende. Molti studenti arrivano al lavoro con una preparazione solida sul piano concettuale e fragile su quello applicativo. Molti docenti hanno poche occasioni di misurarsi con i vincoli, i tempi e le urgenze dell'organizzazione aziendale.
Eppure questa critica rischia di essere troppo comoda. Perché assolve l'altra metà del problema: quante imprese italiane sono davvero disposte ad aprire le proprie porte alla ricerca? A condividere problemi, dati, processi, errori, inefficienze, domande ancora irrisolte? Quante considerano la collaborazione con l'università una scelta strategica, e non un adempimento occasionale — un tirocinio da attivare, un bando da intercettare, una relazione da coltivare quando serve?
L'impresa con visione non è soltanto destinataria di competenze già formate. Diventa essa stessa luogo di apprendimento e di produzione condivisa di sapere. La vera domanda è quindi un'altra: l'impresa italiana ha una domanda matura di conoscenza?
In questo contributo provo a sfatare quattro luoghi comuni, guardando ai limiti della collaborazione tra mondo produttivo e mondo accademico da un'angolatura diversa: non quella di chi accusa l'università, ma quella di chi interroga l'impresa.
Una premessa onesta: ingredienti noti, ricetta nuova
Conviene dirlo subito. Gli ingredienti di questo ragionamento non sono una mia scoperta. La capacità di assorbimento delle imprese è un concetto consolidato da oltre trent'anni (Cohen e Levinthal, 1990). La critica al trasferimento tecnologico inteso come semplice travaso lineare è patrimonio comune della letteratura sull'innovazione. L'idea che un eccesso di risorse possa frenare anziché favorire lo sviluppo ha persino un nome — resource curse, la maledizione delle risorse. E il modello a tripla elica tra università, impresa e istituzioni (Etzkowitz e Leydesdorff) è studiato da decenni.
Non pretendo di aggiungere un ingrediente nuovo alla dispensa. Provo a proporre una ricetta diversa: prendere questi concetti e puntarli non contro la solita università distante, ma contro un interlocutore che di solito resta fuori dal banco degli imputati — l'impresa. E calarli su un territorio preciso: il Mezzogiorno produttivo.
Primo. L'università è teorica, l'impresa è concreta
Il primo luogo comune è che l'università rappresenti la teoria e l'impresa la concretezza. Non sempre è così.
A volte l'impresa non è concreta: è soltanto tattica. Guarda al breve periodo, protegge il proprio perimetro, custodisce il know-how come un segreto immobile, affronta i problemi quando diventano emergenze e fatica a trasformarli in apprendimento.
La concretezza vera non consiste nel rifiutare la teoria. Consiste nel trasformare un problema reale in conoscenza utilizzabile. Un processo industriale inefficiente, un algoritmo di pianificazione, una difficoltà manutentiva, un'organizzazione del lavoro non più adeguata: tutto questo può restare operatività quotidiana, oppure diventare ricerca applicata, tesi, dottorato industriale, progetto pilota, nuova competenza. La differenza non la fa solo l'università. La fa l'impresa, quando decide di aprire il problema invece di nasconderlo.
Lasciatemi raccontare una cosa che ho visto con i miei occhi nel 2017. A Berkeley, in California, all'ora di pranzo, piccoli robot a sei ruote sciamano fuori dai locali e attraversano la cittadina portando il pranzo agli studenti e ai residenti. Si fermano agli incroci, aspettano il verde, schivano i pedoni, citofonano al cliente quando arrivano. Si chiamano Kiwibot, e non sono il prodotto di una multinazionale calata dall'alto: sono nati come prototipo dentro l'università proprio nel 2017, sono stati incubati da SkyDeck, l'acceleratore dell'ateneo, e da lì sono diventati un'impresa che oggi fa girare flotte di robot in decine di città e su decine di campus. Il laboratorio è sceso in strada. La tesi è diventata servizio. E la stessa città che ospita l'università ne è diventata il banco di prova quotidiano: ogni consegna è un dato, ogni marciapiede una palestra, ogni studente un collaudatore involontario.
E allora la domanda viene da sé: perché da noi no? Non ci mancano gli atenei, non ci mancano i talenti, non ci mancano i problemi reali da risolvere. Ci manca, troppo spesso, l'impresa disposta a far entrare studenti e ricercatori nei processi veri — non nelle visite guidate, non nei racconti celebrativi, ma là dove esistono vincoli, dati incompleti, resistenze e decisioni difficili. È lì che l'università diventa meno teorica. Ed è lì che l'impresa diventa più intelligente.
Secondo. Serve più trasferimento tecnologico
Il secondo luogo comune è che basti aumentare il trasferimento tecnologico. L'espressione è corretta, ma insufficiente, perché suggerisce che la conoscenza si sposti come un pacco: prodotta da una parte, recapitata all'altra.
Non funziona così. Prima del trasferimento tecnologico esiste un tema più decisivo: la capacità di assorbimento dell'impresa (Cohen e Levinthal, 1990). Un'azienda può essere circondata da università eccellenti e fondi pubblici, ma se non ha persone capaci di dialogare con la ricerca, se non dispone di dati affidabili, se non sa formulare domande e pretende risultati immediati, quella conoscenza resta fuori. Non perché l'università sia astratta, ma perché l'impresa non è attrezzata a trasformare la conoscenza in innovazione. Non è teoria contro pratica: è co-produzione di conoscenza.
Terzo. Il Sud ha bisogno di risorse
Il terzo luogo comune riguarda il Mezzogiorno. E qui voglio parlare in prima persona.
Il Sud che produce non chiede pietà. Questa narrativa — quella del divario eterno, della mano tesa, delle condizioni di favore da reclamare — noi del Sud produttivo e capace non la vogliamo più. Non perché infrastrutture, credito e politiche industriali non contino — contano, sarebbe ingenuo negarlo. Ma perché quella narrativa, prima di tutto, non giova a noi. Ci consegna il ruolo comodo e perdente di chi aspetta. E chi aspetta, di solito, continua ad aspettare.
C'è un rischio preciso in cui non voglio cadere: misurare lo sviluppo del Sud sulla quantità di risorse attratte invece che sulla quantità di conoscenza trattenuta. Un territorio non cresce perché riceve fondi. Cresce quando li trasforma in capacità. Quando i progetti diventano metodo, quando le imprese diventano luoghi di formazione, quando i giovani vedono nel proprio territorio non solo un luogo d'origine, ma un posto in cui crescere.
E allora rimbocchiamoci le maniche. Lavoriamo sui giovani, sul serio. Investiamo su di loro, prendiamoceli in azienda, continuiamo il processo di formazione on the job anche quando costa tempo e attenzione. E poi aspettiamoli con pazienza: ci vuole tempo perché un talento dia i suoi frutti, e chi pretende il rendimento immediato di una persona non sta formando, sta sfruttando. I neolaureati hanno bisogno di due cose insieme: un ambiente pronto a formarli e un ambiente pronto ad aspettarli. Mancando una delle due, se ne vanno. E hanno ragione a farlo.
Perché i talenti non restano dove sono nati. Restano dove possono continuare ad apprendere.
Quarto. Un territorio si sviluppa quando arrivano imprese
Il quarto luogo comune è che un territorio si sviluppi semplicemente quando arrivano le imprese. La realtà è più dura, e il Mezzogiorno ne ha la prova scritta nella propria storia.
Per decenni, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, al Sud sono arrivate risorse imponenti e stabilimenti interi. In molti casi il risultato non è stato lo sviluppo, ma le cattedrali nel deserto: impianti enormi, calati su territori con cui non dialogavano, circondati da nessun ecosistema di competenze, oggi spesso ridotti a desolazione e archeologia industriale. Non sono il fallimento delle risorse. Sono il fallimento della conoscenza intorno alle risorse.
È la dimostrazione contraria, e definitiva, della tesi che basti far arrivare le imprese. Non tutte le presenze produttive generano lo stesso sviluppo. Ci sono imprese che occupano spazio, usano lavoro, consumano infrastrutture, intercettano incentivi — e lasciano poca conoscenza intorno a sé. E ci sono imprese che, oltre a produrre beni o servizi, diventano infrastrutture cognitive del territorio.
Un'impresa è presente quando vi opera. È radicata quando contribuisce a farlo crescere: quando fa nascere tesi, stage veri, dottorati industriali, laboratori, casi aziendali; quando aiuta i giovani a vedere che anche a casa loro esistono problemi complessi e possibilità di futuro. Un'impresa che prende competenze, infrastrutture e consenso senza restituirne è, semplicemente, estrattiva.
La responsabilità cognitiva dell'impresa
Da anni chiediamo all'università di fare terza missione: uscire dai propri confini, dialogare con la società, trasferire conoscenza. È giusto. Ma la terza missione dell'università ha un gemello mancante, di cui non parliamo quasi mai.
Conosciamo tutti la responsabilità sociale d'impresa: l'idea che l'azienda debba a chi la circonda qualcosa in più del profitto. Ebbene, è arrivato il momento di affiancarle una responsabilità cognitiva d'impresa: il dovere non solo di creare valore economico e lavoro, ma di creare conoscenza intorno al lavoro, nel territorio in cui si opera.
Perché il lavoro senza conoscenza resta fragile, la produzione senza apprendimento resta esposta, e un territorio le cui imprese non si lasciano attraversare dal sapere continuerà a chiedere aiuto senza mai costruire abbastanza capacità.
L'università italiana deve certamente cambiare: aprirsi di più, semplificare i propri linguaggi, misurarsi con i problemi reali. Ma la lezione vale anche, e soprattutto, per l'impresa. Non servono soltanto laureati più pronti: servono imprese più pronte a imparare. Non servono soltanto incentivi: servono capacità.
Il futuro del Mezzogiorno, e dei territori italiani in generale, non dipenderà solo da quante imprese arriveranno, ma da che tipo di imprese saranno. Quelle che useranno il territorio come piattaforma da cui estrarre. O quelle che accetteranno di diventare parte della sua intelligenza.
E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire. Non dalla solita accusa all'università distante, ma da una domanda più scomoda e più utile: quante imprese sono davvero disposte a farsi attraversare dalla conoscenza?
Fonti e approfondimenti

